F i e r a d i m i l a n o .i t
   


La chiesa esisteva già molto prima del sec. XIV°, la prima data storicamente accertata è quella del 1398. La tradizione orale, per attestazione del Canonici d'Orta a metà del 1700, riferisce che la chiesa di San Giovanni in Melegnano fosse una delle chiese erette per opera di San Giulio Prete nel secolo di Sant'Ambrogio. Questa tradizione è avvalorata dal fatto che Melegnano era la stazione AD MILIUM NONUM di fondazione romana augustea a nove miglia da Milano, come chiaramente testimoniata sull'Itinerarium Burdigalense dell'anno 333 dopo Cristo. Ed è noto che ogni stazione cambio dei cavalli aveva una sua chiesetta funzionante. Quando il papa Martino V° venne a Milano nell'ottobre 1418 concesse una speciale indulgenza per il restauro della chiesa che era in condizioni rovinose per l'antichità. Nel 1442, il 6 luglio, la chiesa di San Giovanni, chiamata quaedam parochialis, fu insignita della dignità di praepositura. Da un solo sacerdote che era il rector si passò ad un praepositus con tre cappellani curati. L'erezione a prepositura avvenne su richiesta dei capifamiglia di Melegnano al cardinale Gerardo Landriani, vescovo di Como, e legato pontificio per il Ducato di Milano.  Dal 1442 la chiesa di San Giovanni di Melegnano, pur essendo nella Pieve di San Giuliano Milanese, aveva nella giurisdizione della prepositura chiese e oratori su un largo raggio urbanistico: 
San Giovanni Battista in Melegnano 
San Pietro in Melegnano 
Madonna Assunta in Melegnano entro il castello visconteo-mediceo 
San Materno al Castelvecchio 
San Biagio alla Rampina-Vettabia 
Santa Brigida a Santa Brera 
San Pietro e Paolo a Vizzolo 
San Protaso e Gervaso a Sarmazzano 
Santa Maria a Calvenzano 
Sant'Antonino a Colturano 
San Michele a Pedriano 
Santa Maria della Neve a Mezzano 
Queste località erano nel raggio di tre chilometri, ed erano o cascine, o villaggi, o mulini, o antichi vici romani. La chiesa è stata solennemente consacrata la domenica 21 giugno 1506 dal suffraganeo del cardinale Ippolito d'Este arcivescovo di Milano, Matteo dell'Olmo, vescovo titolare di Laodicea. Una lapide murata e ben leggibile ne conferma la consacrazione, e sta su un pilastro tra l'altare maggiore e il coro.  La chiesa è in primitivo stile romanico con atteggiamenti gotici. Già la facciata, imponente e sobria, staglia dall'esterno le tre navate interne, separate da pilastri che sostengono sei arcate. Vi è l'altare maggiore con il coro del 1635 e due altari laterali. Stanno due cappelle aggiunte all'inizio del 1600. Nella metà del 1600, in ossequio all'estetica barocca, l'interno fu arricchito da stucchi e da ornati con una saggia scelta disegnativa. Il campanile con 5 campane, è alto metri 33,70.  La facciata e l’esterno
La facciata della chiesa ha davanti a sè l’ampio sagrato che è separato dalla via Roma da colonne di granito e delimitano lo spazio di autonomia giuridica del potere ecclesiastico. Essa ha la forma di capanna spezzata, spartita in tre ben- distinti settori che segnano dall’esterno le zone delle navate interne. I tre settori spartiti sono ben visibili per le due lesene, poco sporgenti che si innalzano da terra fino al tetto e che racchiudono tutta la zona della navata centrale. Il portale d’ingresso è ad arco a tutto sesto con sguancio in cotto a modanatura convessa. Nel lunotto dell’arco vi sta collocato un bassorilievo in cotto, rappresentante il Battesimo di Cristo, opera dello scultore melegnanese Vitaliano Marchini. Sopra il portale sta un’apertura rotonda detta oculo con ghiera a sguancio e sta inquadrato entro profili in cotto su sfondo bianco. Verso la sommità si apre la bifora ogivale con pilastrino a stampella, anch’essa inquadrata da un fondo intonacato bianco. A Sinistra e a destra, nello spazio delle due navate minori, vi sono due finestre monofore ogivali che danno luce all’interno delle navate minori.
 Le due finestre sono ornate con elementi decorativi in cotto e da davanzali che hanno sottostanti decorazioni ad archetti ogivali dipinti. Le due finestre sono inquadrate da un fondo intonacato chiaro. Alle due estremità della facciata si collocano, per un’altezza di due terzi della parete, le due paraste come contrafforti che rinserrano tutto l’edificio. Sul fianco sinistro sta il campanile, alto metri 33,70, con orologio una volta a pendolo ricaricabile a mano, oggi invece funzionante con impianto elettrico. Anche le campane suonano con un comando computerizzato. Il campanile è del 1570. Sui lati di destra e di sinistra stanno due cappelle. In particolare sul lato destro sorge sia il battistero sia la cappella con cupola poligonale e con finestre quadrangolari a piattabanda con strombatura. Ancora sulla destra sta un giardinetto che raccoglie le due statue di san Giovanni Battista e di san Maurizio, con una piccola lapide tra le due statue che ricorda la visita del cardinale Ferrari. Un’altra bella lapide è  dedicata al melegnanese Carlo Bascapè, dettata dal Cardinale Schuster nel 1933. Nello stesso giardinetto sta murato un antico frammento di scultura forse rappresentante sant’Antonio abate che era titolare di un altare interno, e una recente scultura in bassorilievo in cotto che rappresenta san Giuseppe, opera dello scultore me1egnanese Vitaliano Marchini. Anticamente il sagrato era cinto da una mura in cotto coperta da lastre di sasso e già documentata nel 1367. L’entrata in chiesa era preceduta da un viale di sasso, largo metri 4,50 e lungo metri 3,90. La facciata della chiesa aveva tre porte, corrispondenti alle tre navate. Sopra la porta maggiore stava dipinta la scena della Madonna con il Bambino tra le braccia, con ai fianchi san Giovanni Battista e santa Caterina. Entro il cornicione del rosone stava un dipinto rappresentante san Giovanni Battista nel deserto, opera del pittore Giovanni Battista del Sole. Sulla facciata vi erano tre finestroni, uno sopra la porta maggiore, come è attualmente, e le altre due sopra le due porte laterali, oggi scomparse. Sulla parte destra della facciata stava un porticato sostenuto da quattro colonne di sasso, che serviva da corridoio per entrare nel cimitero parrocchiale.

La navata maggiore
Il soffitto si sviluppa con tre grandi campate con volte a crociera, e sono tra loro separate da archi a sesto leggermente acuto, come segno architettonico rimasto della primitiva chiesa antica. La navata centrale è separata dalle navate laterali da pilastri cruciformi. I pilastri sostengono sei arcate a tutto sesto sopra le quali corre l’architrave. I pilastri, in numero di dieci, hanno lesene scannellate e capitelli di ordine  ionico; gli architravi e i cornicioni sono decorati a stucco dorato, con il volto di angioletto centrale e festoni di frutta. Pure al centro di ogni arcata è posto un semicapitello di stile ionico con volto di angelo. I pilastri, dal pavimento fino all’altezza di metri 1,46 sono rivestiti di legno lavorato e sagomato. Tali pilastri sono stati costruiti durante i lavori di abbellimento della chiesa nella metà del 1600, coprendo le colonne originarie in terracotta, per rendere più stabile la parte superiore adattata secondo lo stile barocco, e in tal modo scomparì la forma originaria gotica della chiesa. Il presbiterio è separato dalla navata centrale dal grande arco detto “arco santo”. Al suo culmine ha due angeli che sostengono rispettivamente due bianche superfici sagomate che oggi sono senza parole, ma che fino a poco tempo fa avevano questa iscrizione D.O.M. Virgini Deiparae ac S. Ianni Baptae, cioè: A Dio Ottimo Massimo, alla Vergine Madre di Dio e a San Giovanni Battista. Vi sta anche un Crocifisso con due piccoli angeli. Tra i due pilastri di questo arco santo, in alto correva un architrave sostenuto nei fianchi da due mensole; sull’architrave stava collocato il gruppo ligneo formato dal Crocifisso, dalla Vergine e da San Giovanni evangelista, opera dello scultore in legno Paolo Garzoni e da lui messo in quel luogo nel 1595. Oggi il gruppo ligneo è separato e ha trovato una diversa collocazione. Sull’architrave stava la frase: “Quae non rapui tunc exolvebam”  salmo 68,5: “Eppure io ho restituito anche quanto non ho rapito”. La prima campata, appena al di qua del presbiterio, presenta nel suo alto culmine centrale una scultura rotonda che significa san Paolo, il quale tiene nella mano sinistra un libro e nella destra l’elsa di una spada. Agli angoli stanno quattro medaglioni colorati che rispettivamente rappresentano Zaccaria, Elisabetta, Gioacchino, San Giuseppe. Zaccaria (S. ZACHARIAS) tiene in mano un turibolo per l’incenso, Elisabetta (S. ELlSABETH) ha vicino il piccolo figlio San Giovanni, Gioacchino.(S. IOACHIMUS) sta ascoltando un angelo che parla dietro di lui, san Giuseppe (S.IOSEPH) è colto in un momento di riposo mentre si appoggia alla sega da falegname, sullo sfondo si vede Maria Santissima che tiene in braccio il Bambino Gesù sotto un verde pergolato. Nella seconda campata, o campata centrale, sta dipinta la glorificazione di santa Eurosia, compatrona della parrocchia di san Giovanni Battista. Con le braccia aperte, in veste bianca, sopravveste celeste e manto rosso, accoglie i simboli del martirio glorificato: la palma e la corona. I cieli sono aperti e mandano la luce a raggi. Nelle nubi stanno gli angeli partecipanti alla sua gloria. Sullo sfondo vi sono schiere di donne martiri con la palma. A destra un angelo porta un bastone con la corda, a sinistra un altro angelo tiene la scure: sono gli strumenti usati per il suo martirio subìto il 25 giugno del 714. Alla base, a destra si presentano viti e grappoli e foglie e con fusti di granoturco a sinistra è una distesa di spighe mature, per ricordare che Eurosia è stata scelta come protettrice delle messi e della campagna. Tutto il dipinto è opera dei fratelli Barabino, verso la metà dei l800. Agli angoli della campata centrale, oltre alla scena di santa Eurosia, stanno quattro medaglioni con rispettivamente quattro Santi: santa Savina, che sta appoggiata ad un’urna sepolcrale sulla quale stanno scritte le lettere CIS che sono le terminali della frase NABORIS ET FELICIS, cioè Nabore e Felice, che sono i due santi lodigiani trasportati da Savina da Lodi a Milano, passando dal nostro ponte sul Lambro e dando origine alla leggenda dei Corpi dei due martiri trasformati in miele per salvarli dalle guardie del ponte, per cui il primitivo paese detto Giano si sarebbe trasformato nel nome di miele-giano cioè Mele-gnano. Un altro medaglione rappresenta santa Anna, madre di Maria Santissima la quale è presente come bambina che tiene un rotolo della Bibbia e sta parlando con la madre tenendo la mano destra alzata in atto di colloquio. Il terzo medaglione esprime sant’Andrea Avellino, vecchio, morente affidato a un giovane prete che lo sta sorreggendo presso l’altare. Andrea Avellino fu della congregazione dei Teatini e fu mandato a Milano come vicario presso la casa di santa Maria presso san Calimero donata alla congregazione da san Carlo Borromeo, con il quale ebbe frequenti rapporti e  segni di stima e di affetto. Nel 1578 prese il governo della casa di sant’Antonio a Milano. Il 10 novembre 1608, mentre iniziava la celebrazione della Messa, fu colpito da apoplessia e si spense la sera dello stesso giorno, all’età di 87 anni, essendo nato in provincia di Potenza nel 1521. Fu canonizzato nel 1712 da Clemente XI°. Il quarto medaglione rappresenta san Maurizio, vestito da soldato, con in mano l’elmo e con il crocifisso; nella scena appare anche un vessillo con la scritta S.P.Q.R. (cioè: Senatus Populusque Romanus, il Senato e il Popolo Romano). Maurizio fu un soldato della legione Tebea che ai tempi dell’imperatore Diocleziano si rifiutò di sacrificare agli dei prima di una battaglia e quindi fu per questo ucciso. Nell’ultima campata e sulla sinistra sta il medaglione raffigurante san Giulio prete con il disegno della nostra chiesa. Una tradizione, che si prolunga fino ai nostri giorni, attribuisce a san Giulio prete la fondazione della nostra chiesa di san Giovanni. San Giulio dopo essere passato per vari luoghi arrivò con il fratello Giuliano in Lombardia dove edificò molte chiese, tra le cento chiese. fra queste vi sarebbe  anche la chiesa di san Giovanni di Melegnano eretta verso l’anno 390 per coadiuvare l’opera di sant’Ambrogio. Andrea Beltrami, nella storia della vita di san Giulio con san Giuliano, scrive: “Passarono nella lombardia e furono per qualche tempo coadiutori del grande arcivescovo che governava quella diocesi.” Ma un attento esame dei documenti non ci offre una sicura attribuzione della fondazione a San Giulio. È Giacinto Coldani che dà questa notizia quando parla di Melegnano come Borgo: “Quello però insomma che lo rende più particolare si è che la di Lui chiesa vanta di essere una delle cento edificate intorno il 390 da San Giulio d’0rta.” Il medaglione sulla destra che è corrispettivo con quello di san Giulio prete, rappresenta santa Margherita Maria Alacoque. Era nata il 22 agosto 1647 a Verosvres nella Borgogna; il suo padre, giudice e notaio, morì quando Margherita era ancora giovinetta. A nove anni si accostò alla Prima Comunione e a ventidue ricevette la Cresima, alla quale volle prepararsi con una confessione generale: impiegò ben quindici giorni a trascrivere su di un quadernetto la lunga lista delle sue mancanze, da leggere poi al confessore. In quella occasione ella aggiunse al suo nome Margherita quello di Maria. Vinte le ultime resistenze della madre che avrebbe preferito vederla ben maritata, poté entrare nel convento dell’Ordine della Visitazione, fondato sessant’anni prima da san Francesco di Sales, offrendosi dal giorno del suo ingresso “vittima al Cuore di Gesù”. Le straordinarie visioni di cui fu favorita le procurarono dapprima incomprensioni. e incauti giudizi, finché, per scelta divina, fu posta sotto la direzione Spirituale del gesuita Caudio de la Colombière. Nell’ultimo periodo della sua vita, nominata maestra delle novizie, ebbe la consolazione di veder propagarsi la devozione al Cuore di Gesù, e gli stessi oppositori di un tempo si mutarono in suoi fervidi ammiratori e banditori. Si spense dolcemente il 17 ottobre 1690 all’età di 43 anni. 
L'Altare maggiore
L’altare maggiore è la zona più importante e più sacra di tutta la chiesa, essa misura metri 7,10 in larghezza e 7,80 in profondità. All’interno del tamburo, sotto la lanterna che dà la luce, vi è una varia e intensa decorazione di carattere biblico: si osserva l’architettura di un bellissimo colonnato sopra il quale stanno ripartiti diversi piccoli angeli che stanno in atto di suonare chi uno strumento chi un altro. Più sotto sono ripartiti otto settori nei quali successivamente si alternano figure di personaggi biblici e balaustrate. Nella parte centrale, sopra l’altare, sta il sacerdote Zaccaria, dove si leggono le parole: “TU, PUER, PROPHETA ALTISSIMI VOCABERIS” il che significa “Tu, o bambino, sarai chiamato profeta dell’ Altissimo” che è un versetto del cantico del sacerdote Zaccaria nel giorno della circoncisione del figlio Giovanni Battista. Nella parte destra guardando l’altare, ecco il profeta Geremia, con le parole: “PRIUSQUAM TE FORMAREM IN UTERO ANTEQUAM EXIRES E VULVA SANTIfICAVI TE”, cioè: “prima che ti formassi nell’utero e che tu nascessi, io ti ho santificato”. Nella parte sinistra guardando l’ altare è la figura del re Davide con la cetra e che tiene nelle mani: il cartiglio cori la scritta: “PARAVI LUCERNAM CHRISTO MEO”, cioè: “Ho preparato una lampada per il mio consacrato”. Nella parte che sta verso la navata è il profeta Malachia, con le parole: “ECCE EGO MITTO ANGELUM MEUM ET PREPARABIT VIAM ANTE FACIEM TUAM”, cioè: “Ecco io mando il mio messaggero e preparerà la via davanti al tuo volto”. Sono, dunque, quattro passi biblici che riecheggiano la figura e l’opera di Giovanni Battista. Questi affreschi sono opera del pittore Paolo Pini, attivo anche nel duomo di Milano nella prima metà del 1600. Tra la parete del presbiterio e il tamburo stanno quattro vele che legano le due parti, e sono vele che hanno ciascuna, dipinto un evangelista. A destra, guardando l’altare verso il coro, è l’evangelista Matteo nella destra tiene la penna e con la sinistra tiene il cartiglio sul quale si legge: “NON SURREXIT INTER HOMINES MAIOR IOANNE BAPTISTA”. Alla sua destra vi è un uomo alato che tiene un calamaio, simbolo dell’evangelista Matteo. Le parole latine nel cartiglio significano: “Non è sorto tra i nati di donna uno maggiore di giovanni Battista”. A sinistra, guardando l’altare verso il coro, sta l’evangelista Giovanni che tiene nella sinistra lo scritto con queste parole: “ILLE ERAT LUCERNA ARDENS ET LUCENS”, cioè: “Egli era la lucerna che ardeva e che illuminava”. Alla sua sinistra sta dipinta l’aquila, simbolo di Giovanni evangelista. A sinistra guardando la navata, si osserva l’evangelista Marco che tiene sulle ginocchia un libro e con la destra regge le parole seguenti:’ “FUIT IOANNES DESERTO BAPTIZANS ET PRAEDICANS BAPTISMUM POENITENTIAE”, che significa: “Fu Giovanni nel deserto a battezzare e a predicare il battesimo di penitenza”. Alla sua sinistra è accovacciato il leone, simbolo dell’evangelista Marco. A destra guardando la navata, si osserva l’evangelista Luca che tiene nella destra la penna e nella sinistra stringe le parole: “MULTI IN NATIVITATE EIUS GAUDEBANT. ERIT ENIM MAGNUS CORAM DOMINO”, cioè: “Molti saranno gioiosi per la sua nascita, egli infatti sarà grande davanti al Signore”. lla destra sta la figura di un vitello, simbolo dell’evangelista Luca. Sulle due grosse pareti laterali stanno due scene della vita di San Giovanni Battista: a sinistra è la Predicazione alle folle, secondo il testo Luca (3,1-18). Sulla parete di destra è la scena della Decollazione, secondo il testo evangelico di Marco (6,17-29). Ognuno dei due dipinti ha la misura di metri 3,70 per 2,20. Sono stati dipinti dai Fratelli Barabino verso il 1850. Il presbiterio è separato dal coro dall’arco gotico dipinto in cui stanno sei piccoli angeli che tengono intrecciata una fascia con la scritta: “ECCE AGNUS DEI QUI TOLLIT PECCATA”. Gli angioletti tengono nelle mani rami di ulivo. Sotto questo arco sta l’altare maggiore sollevato di tre gradini di marmo policromo. L’altare ha la lunghezza di metri 4,55; la profondità dall’inizio della mensa fino al dosso del postergale è di metri 1,80. La ensa, sulla quale non si celebra più; la santa Messa, è lunga metri 2,35 e profonda metri 0,80; ha l’altezza dal piano della predella di metri l,O5. La mensa è sostenuta da un blocco di marmo sagomato che ha, nel suo centro, la scena scultorea della decollazione di san Giovanni Battista. Nel centro della mensa sta il tabernacolo che si erge con solennità. Esso ha la facciata larga metri 0,65 e si innalza di metri O,90. La porticina in metallo dorato rievoca nella scultura la scena del profeta, che si addormenta sotto la pianta di ginepro e svegliandosi trova un pane per suo cibo. La predella dell’altare, cui si accede per tre gradini, misura metri 2,75 per metri 1,95. Ha i lati di marmo rossiccio fortemente venato con striature bianche e rosse; al centro è fatto di legno tipo parquet con listelli disposti a spina di pesce. Sulla parete del pilastro di destra, tra l’altare e il coro, sta la lapide che ricorda l’anno della consacrazione della chiesa e l’anno della consacrazione dell’altare, con queste parole: “D.O.M. / TEMPLUM / MATTHEUS LULMUS / LAUDICENSIS EP. / 21 IUNIJ 1506 / ARAM MAXIMAM / IOSEPH CARD PUTEOBONELLUS / MLINI ARCHIEP. / 29 AUGUSTI 1754 / CONSECRARUNT /. La quale iscrizione significa : A Dio Ottimo Massimo. Il tempio è stato consacrato da Matteo Lolmo, vescovo di Laodicea il 21 giugno 1506; l’altare maggiore è stato consacrato dal Cardinale Giuseppe Pozzobonelli arcivescovo di Milano il 29 agosto 1754. Sotto la lapide vi è un tabernacolino con porticina di legno dove è riposta la reliquia della santa Croce. Invece sulla parete del pilastro di sinistra sta, piuttosto in posizione elevata, un altro tabernacolino come custodia degli Oli santi. Occorre ricordare che prima di questo altare ve ne era uno di marmo costruito nel 1506, e prima ve n’era uno di legno dorato i cui resti antichi stavano appesi in coro fino agli ultimi anni del 1700 e che era opera, secondo lo storico Giacinto Coldani, dell’artista Bramanti. L’attuale altare è stato realizzato mediante l’intervento finanziario del nobile melegnanese Alessandro Maria Visconti “con una magnificenza degna di lui, quale si attesta dalla preziosità dei marmi che lo compongono”, così dice lo storico Ferdinando Sareesani nel 1851. L’altare maggiore, come si è ricordato poco fa citando la lapide, è stato consacrato nell’anno 1754, il 29 agosto. Negli angoli, a destra e a sinistra dell’altare maggiore, stanno appese rispettivamente le lampade con la luce continua per ricordare la presenza del Santissimo Sacramento. Sotto il quadro della Decollazione sta il seggio con tre stalli per i sacerdoti. Esso è in legno di noce, lavorato con ornati geometrici tipo cornici, mentre sotto il quadro della Predicazione sta un rivestimento in noce con ornati decorativi. Recentemente, in conformità alle disposizioni del Concilio Ecumenico Vaticano II° (1962-1965), si è collocata una mensa davanti al popolo, che serve ormai quotidianamente per la santa Messa semplice e solenne. Sotto la zona di questa mensa sta una lapide con la scritta PR0 PRAEPOSITIS ET CANONICIS e segnala il posto dove si seppellivano i vari sacerdoti prima della costruzione obbligata dei cimiteri fuori le mura del paese. In questa tomba tuttavia, la domenica 2 febbraio 1992, sono state collocate circa 170 anforine come segno di presenza di fede e di contributo che ogni famiglia oppure i fedeli hanno dato per il rifacimento del tetto della chiesa: ad ogni tegola “pagata” lire 100.000 il fedele riceveva una anforina che conteneva una piccola pergamena con il nome dell’offerente e con il nome di una sua persona cara. È bene ricordare ancora che in questa tomba sta la cassetta in terracotta che contiene le ossa del prevosto don Giovanni Candia, qui trasportate quando si demolì il vecchio cimitero, e qui deposte per ricordare la sua opera nei tempi tristi di Giuseppe II° d’Austria e di Napoleone. La zona dell’altare maggiore era rinchiusa da una balaustra di marmo variegato, con un’area più ristretta dl quella attuale, perché la balaustra incominciava prima delle porte che immettono nelle cappelle laterali. Il pavimento era lastricato con piastrelle di marmo, in lastre di forma ottagonale e quadrata, di diversi colori e posto in opera nel 1717 dalla ditta Pietro Dardini di Varese. Sulla parte superiore del ciborlo stava un altro tipo di colonnato, costruito nel 1627, con colonnette di basi e di capitelli dl stile corinzio. Tra l’una e l’altra delle colonnette, in apposite nicchie, posavano diverse statuette che rappresentavano gli evangelisti e gli apostoli e altri santi e sante. Nei fianchi del primo ordine delle colonnette vi erano due altre statutette di grandezza maggiore, una rappresentava san Giovanni Battista, l’altra sant’Ambrogio.

Il soffitto del coro, o catino dell'abside, è a semicerchio e con la volta divisa in tre spicchi o settori che sono tra loro separati da due lesene che dalla base salgono e si uniscono nella semilunetta dipinta a conchiglia che ha al centro l'Agnello che stringe un piccolo stendardo Sul quale è dipinta una croce color rosso. Nel settore triangolo di centro soffitto si osserva l'immagine di Giovanni Battista che tiene le mani giunte, circondato da piccoli angeli, o puttini, di cui uno tiene la croce. Nei due settori triangolari ai lati, vi sono rispettivamente due angeli di grandezza naturale: quello di destra tiene la palma del martirio, quello di sinistra tiene le mani giunte; tutti e due hanno ai loro lati due piccoli angeli che tengono rami di palma e gigli. Alla base della cupola semicircolare stanno dipinti uomini e donne in atteggiamento di raccoglimento e di serenità: essi rappresentano le anime che stanno nel Limbo. Le due lesene di separazione dei settori triangolari sono pitturate con dipinti raffiguranti angioletti e oggetti di uso liturgico: calice, messali, libri vari, candelieri, candele, smoccolatoio, fanali per torce, turibolo, navicella, ostensorio. Tutte queste pitture sono attribuite al pittore Paolo Pini, quel medesimo che lavorò al duomo di Milano negli anni attorno al 1625. Sono dunque pitture della prima meta' del 1600. Sulla grande parete semicircolare del coro stanno tre raffigurazioni separate tra loro da due sporgenze tipo semipilastri scannellati con sette scanalature dorate che si innalzano e terminano per sostenere il cornicione con capitelli di stile ionico e con festoni decorativi simili a frutta. La decorazione pittorica che sta al centro mostra la persona di Davide, il salmista e re di Israele. Egli è seduto in trono e suona la cetra. Il trono si erge su un rialzo davanti al quale sta un grosso e lungo cartiglio con le parole: “PSALLITE DEO NOSTRO, PSALLITE SAPIENTER. PS. XLVI”, il che significa una frase del salmo 46 della vecchia numerazione, del salmo 47 nella nuova numerazione biblica: "Inneggiate a Dio, inneggiate con un bel canto". In basso a sinistra si legge l'indicazione degli autori artisti: Barabini 1557. Questa pittura, cioè, è opera dei fratelli Barabini, una famiglia di pittori di cui il più famoso è Nicolò (1532-1891) e originari di Genova. Nello scomparto della parete di sinistra e di destra stanno le vetrate colorate eseguite dalla ditta Grassi di Milano disegni e colori del pittore Paolo Rivetta, per commissione del prevosto don Arturo Giovenzana (1938-1966). La scena di sinistra mostra la circoncisione di Giovanni Battista, ed è lo sviluppo pittorico del testo evangelico di Luca 1,59-61 che sta scritto in latino in alto: "In die octavo venerunt circumcidere puerum et vocabant eum nomine patris sui Zàchariam". Al centro sta la madre che tiene in mano una pergamena con scritto: "Nequaquam sed vocabitur Joannes". 

Alla base della vetrata stanno le parole:' "Nemo est in cognatione tua qui vocetur hoc nomine". Cioè, per una maggiore comprensione della scena, riportiamo qui tradotto il testo di Luca: "All' ottavo giorno vennero per circoncidere il bambino e volevano chiamarlo col nome di suo padre, Zaccaria. Ma sua madre intervenne: "No, si chiamerà Giovanni". Le dissero: “Non c'è nessuno della tua parentela che si chiami con questo nome". La vetrata colorata di destra è lo sviluppo del testo di Luca 1, 62-64, come sta. anche qui scritto in alto e in basso della vetrata: "Annuebant autem patri eius quem vellet vocari eum". Al centro Zaccaria scrive su una tavoletta le parole di risposta: "Joannes est nome eius". E bisogna leggere pure le parole in basso che così stanno: “Et mirati sunt universi. Apertum est autem illico os eius et lingua eius et loquebatur benedicens Deum". La traduzione italiana è questa: “Allora domandavano con cenni a suo padre come voleva che si chiamasse. Egli chiese una tavoletta, e scrisse: "Giovanni è il suo nome". Tutti furono meravigliati. In quel medesimo istante gli si aprì la bocca e gli si sciolse la lingua, e parlava benedicendo Dio". Tutto il coro, per la semicircolarietà, è occupato da scanni di noce in due gerarchie. La prima gerarchia di scanni resta appoggiata alla parete del coro e serviva per i sacerdoti che erano in più alta dignità e per i canonici del capitolo quando fu istituito il capitolo nel 1654, soppresso poi da Napoleone. Gli scanni della prima serie, in numero di 18 - uno di essi però è stato ridotto a porta di servizio - hanno lo schienale lavorato a quadri con corniciatura. Nei fianchi di ciascun schienale sta un cherubino ornato di fine intaglio in cui posa una colonnetta scannellata con base e capitello di stile ionico; le colonnette sostengono l'architrave e il cornicione ligneo che gira tutto all'intorno. Gli scanni della seconda serie servivano per i semplici sacerdoti senza particolari dignità ecclesiastiche o per i coadiutori che volevano partecipare al coro. Sono in numero di 14 e in genere venivano occupati nei giorni festivi e nelle solennità. Il loro schienale serve anche da appoggio agli scanni superiori. In centro alla prima serie degli scanni maggiori sta il posto quasi un tronetto che era riservato al prevosto, e qui nella parte in alto è visibile  un cartiglio ligneo con la data di costruzione, il 1635, opera eseguita dal falegname Giovanni Scoto. Nel coro si trova ancora oggi un mobile detto lettorino, di noce, collocato sopra una specie di armadietto quadrato: esso serviva per riporre due grossi libri corali in uso dei canonici; i libri erano coperti con cuoio conciato e lastricati di ottone; il primo serviva per i giorni festivi ed è di carta pecora o pergamena, eseguito nel 1717 dal sacerdote Vassalli del duomo di Milano, e l'altro è di carta reale impresso nel 1745 dal canonico Giovanni Battista Annoni, a spese del capitolo dei canonici. Oggi i due grossi libri sono conservati fuori dal coro. Le misure del coro sono queste: larghezza metri 7,70, con una profondità di metri 5,70. Sotto l'arco che separa il coro dall'altare, stanno dipinti i puttini, alcuni dei quali portano con una mano un ramo di alloro e con l’altra afferrano un nastro che svolazza intorno in cui sono scritte a grosse lettere: “Ecce Agnus Dei qui tollit peccata”. Questo scritto spiega la figura dell'Agnello che sta dipinto nella sommità della volta. Tutta l'opera pittorica è del pittore Paolo Pini, un pittore che è presente nel 1625 ai lavori del duomo di Milano che decorò la zona absidale e il presbiterio del duomo stesso. La luce al coro è portata da quattro finestre, due delle quali stanno sopra il cornicione e vicine alla volta del soffitto, le altre due stanno sotto il cornicione ed hanno vetrate colorate raffiguranti due momenti delle vita di san Giovanni Battista. Il coro fu costruito nel 1593 a forma semicircolare secondo i decreti  emanati da san Carlo Borromeo nella sua visita pastorale del 1581. Tuttavia il coro non fu costruito come avrebbe voluto san Carlo. Il presbiterio, cioè la zona dell'altare maggiore, terminava con una parete piatta e l'altare stava, dunque, addossato direttamente alla parete piatta, e lì terminava la chiesa. Per la costruzione del coro e per la sua stabilità strutturale muraria, e nello stesso tempo per non chiudere la strada che passava dietro alla chiesa, si dovette coprire la strada stessa con un grosso e basso arco di robuste proporioni con grossi mattoni; l'arco esiste tuttora e sta sulla via Stefano Bersani