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A pochi metri dalla via
Emilia, tra il verde dei campi e le nuove abitazioni della periferia, quasi
lambita dalle tranquille acque del Lambro, in una zona che anticamente era
invidiata per la pace e dolce romitaggio, sorge, modesta ed austera, la
chiesa del Carmine. La sua storia, raccolta faticosamente dai documenti
monumentali e letterari si e snodata, ora umile, ora gloriosa attraverso
tutti i secoli, dal periodo carolingio ad oggi, sempre partecipe delle ore
liete e dolorose di Melegnano. La primitiva costruzione della chiesa, forse
una semplice cappelletta, non è più rintracciabile dalla indagine
topografica. Tuttavia sappiamo che nell'anno 836, durante il Sacro Romano
Impero, un ricco personaggio chiamato Unger, abitante in Milano, volle, nel
mese di febbraio, assegnare molti suoi beni per la istituzione di opere pie:
i suoi beni erano distribuiti nella Bassa Milanese e nel Pavese, ai borghi
di Gnignano, Maiano, Carpiano e Melegnano. Il ricco possidente Unger dona
alcuni campi perché nel "borgo di Meloniano venga istituita una casa del
pellegrino dedicata a San Giuseppe e a Maria". Non si tramanda nulla della
vita di questa benefica istituzione. Tuttavia è probabile che doveva essere
fuori delle mura della città, perchè i cittadini volevano cautelarsi contro
ogni contagio e malattia che veniva diffusa dai viaggiatori; inoltre, una
casa del pellegrino, detta anche foresteria, era quasi sempre istituita
accanto ad una chiesa o cappella, perché, assieme alle cure materiali e
corporali, i pellegrini ricevessero anche quelle spirituali e morali; ma in
Melegnano l'unica chiesa o cappella esistente fuori le mura, a ricordo
d'uomo e di documentazione, era l'attuale chiesa del Carmine. Più tardi, in
un periodo non precisabile, forse dopo il Mille, la nostra chiesa è chiamata
"san Bartolomeo fuori le mura", ed anche "San Bartolomeo in corte", cioè era
una chiesa fuori dal vero abitato cittadino, fuori dal Borgo di Melegnano
chiuso nel circuito delle antiche mura di difesa entro cui troneggiava il
castello. Ed un santo eremita, nel 1210, Gualtiero da Lodi, vi istituisce
un piccolo ospedale per il ricovero degli ammalati. Ad ogni modo, l'opera
benefica dovette essere fiorente per molti anni, se il ricordo si è
tramandato nei secoli. Ma bisogna pur dire che la piccola chiesa era
testimone, talvolta impotente, delle vicende che nell'alto Medioevo
accadevano a Melegnano e nella Bassa Milanese, Anzitutto gli straripamenti
del fiume Lambro che correva disordinatamente negli avvallamenti dei campi,
visibili ancora attraverso il piano irregolare di sedimentazione ai fianchi
della odierna valle fluviale in zona Cimitero, Carmine, Ricovero Vecchi,
Cappuccina, termine di via Cavour e zona Servi. Nell'anno 871 il cronista
Andrea Presbiter ricorda che nella landa tra il lodigiano e il milanese,
quindi nei campi melegnanesi, si lanciarono nubi di cavallette e di locuste
che per diversi giorni completamente indisturbate, a dense torme, quasi
novelli barbari, consumarono i grani ed i frutti dei campi sotto gli occhi
dei contadini. Dall'anno 899 al 900 gli Ungheresi devastano le nostre belle
distese di prati, tornando nuovamente assetati di rapina ed avidi di grassi
raccolti nel 921. Il cronista Regino, loro contemporaneo, scrive che "essi
violano e saccheggiano le chiese, profanano empiamente le sacre reliquie,
bruciano le messi massacrano i maschi, mutilano i fanciulli: questi Slavi,
gente ferocissima e più crudele delle belve, desiderano solo rapinare, far
bottino, uccidere". L'opera cristiana di San Gualtiero quindi fu una
provvidenza durante e dopo periodi di terrore e di stragi. Il Magistretti
in Liber Notitiae sanctorum Mediolani, databile nel 1304, stampato a Milano
nel 1917, riporta, a pagina 234, una notizia che ci può interessare da
vicino, ma la cui interpretazione è ardua: "Nella pieve di san Giuliano,
all'ospedale di Melegnano vi è la chiesa di santa Maria Maddalena" (In plebe
sancti Iuliani, ad Hospitale Meregnani, ecclesiae sancte Marie Magdalene).
Forse è la nostra chiesa del Carmine, dal momento che l'ospedale esistente
era quello di San Gualtiero; tuttavia non sappiamo nulla sul motivo della
dedicazione a Maria Maddalena. Che la chiesa di santa Maria Maddalena sia
la chiesa attuale del Carmine può dedursi dal fatto che il culto a santa
Maria Maddalena esistette solo nella chiesa del Carmine: ma più tardi Santa
Maria Maddalena del Vangelo fu forse scambiata in santa Maria Maddalena de'
Pazzi, carmelitana. La notizia di un ospedale dedicato a santa Maria
Maddalena è dell'anno 1304. Ma non sappiamo con precisione gli avvenimenti
che prepararono all'entrata dei frati Carmelitani nel 1393: essi occuparono
quel luogo ritirato e pieno di pace per fondarvi il loro convento,
servendosi dell'antica chiesa per le sacre funzioni, e la posero sotto
l'invocazione della Vergine Annunciata. Pochi anni dopo, il miracolo
accaduto ad una fanciulla, che nella caduta rompe le uova e, invocando la
Madonna, le ritrova intatte, come si legge negli Annali del Carmelo, avrebbe
istillato nel popolo la maggior devozione alla Madonna, E' di questo periodo
la prima donazione ai frati di 40 pertiche di terra vicino alla chiesa,
secondo la testimonianza del priore del convento Gerolamo Del Monte che, nel
1671, compila il Libro campione delle proprietà del convento del Carmine di
Melegnano; questo priore chiama la chiesa del Carmine con il nome di
"Ospitale di santa Maria risana l'ovo". Dal 1393, anno fondamentale per la
nostra storia, lo sviluppo sociale ed economico di Melegnano, in verità
molto lento e modestissimo, coinvolge anche la chiesa del Carmine. Infatti
il 9 luglio 1442 questa chiesa cessa di essere autonoma e viene aggregata
con altre per formare la parrocchia di San Giovanni in Melegnano: la chiesa,
dedicata a santa Maria, con l'ospedale dedicato a santa Maria Maddalena, è
ancora chiamata "San Bartolomeo in corte". Con il passare del tempo i frati
costruirono il convento, con un triplice porticato, ampliarono la chiesa e
conservarono nell'abside l'antica costruzione. Ed aumenta il beneficio dei
beni del convento: nel 1524, il giorno 11 luglio, alla Confraternita della
Beata Vergine del Carmine, la famiglia De Capitani di Landriano lascia, per
testamento, una somma di denaro per assicurare un ufficio funebre annuale ed
una messa settimanale in perpetuo. Già nel 1579 nel convento vi abitavano
cinque frati che celebravano messa ogni mattino e due frati laici per la
direzione della sacristia e del convento: il convento però era stato
costruito perchè potesse ospitare bon quindici frati. Nei 1588 viene
firmata una convenzione tra il Priore del convento e Gabriele De Martini con
la quale si rinuncia ad una lite relativa al possesso di un pezzo di terra
di 16 pertiche al Costigè, con l'obbligo reciproco di stabilire la divisione
per mezzo di un amico comune; ed ancora il giorno 11 maggio 1591 i padri
Carmelitani acquistano duo pertiche di terra nel territorio di Vizzolo. Però
la proprietà e l'amministrazione dei beni non erano senza preoccupazioni e
affanni: nel 1592 dove intervenire perfino il papa Clemente VIII° che dà
disposizioni al parroco di Melegnano per dirimere una lite tra i "padri del
convento dell'Annunciazione della Beata Maria, della terra di' Meregnano,
dell'Ordine dei frati della medesima Maria del Monte Carmelo, della Diocesi
di Milano" ed i membri della famiglia Bondioli. Il patrimonio immobiliare
aumenta sempre più: il 31 luglio 1629 il melegnanese Fernando Bussori lascia
per testamento ai padri del Carmine una casa con orto di 7 pertiche, poste a
fianco della chiesa del Carmine, con peso annuo di un canone da versarsi al
provosto ed ai canonici curati della chiesa di San Giovanni. Ed in due
secoli, i frati del Carmine si videro proprietari di una ricchezza terriera
non indifferente: i campi erano lavorati dai contadini che dipendevano
direttamente dal convento; erano allevati animali da cortile; ed i prodotti
alimentavano il mercato agricolo di Melegnano e Milano; abbiamo però anche
notizia di terreni dati in affitto. La principale occupazione dei frati era
la chiesa e l'amministrazione dei sacramenti nella cura delle anime con la
predicazione anche nei dintorni. Nel 1600 i frati da cinque, divennero sei e
poi sette: essi ottennero dal papa Alessandro VII°, nel 1660, con lettera su
pergamena, il beneficio dell'altare privilegiato, per sette anni; non
risulta se dopo tale periodo il privilegio sia stato ancora richiesto.
Continua sempre la buona condizione economica: il 3 luglio 1645 viene
acquistata una casa in centro a Melegnano, e un altro terreno di 12 pertiche
vicino allo stesso convento; il 1° luglio 1665 si contratta e si compera un
terreno di 7 pertiche, chiamato il Vignolo, a fianco ancora del convento,
con l'aiuto dei Fabbricieri della chiesa di San Giovanni che riscattano il
terreno dal canone annuo di lire otto. E questa proprietà permette ai frati
di concedere un mutuo ad una certa Vittoria Del Monte di mille fiorini. Il
peso amministrativo dunque divenne sensibile ed occorreva una revisione o
almeno una precisa amministrazione: ed essa venne attuata nel 1671 dal
priore Gerolamo Del Monto che compila il "libro campione" di tutti i beni
del convento: il citato priore non immaginava che cento anni dopo la sua
fatica ed i suoi beni sarebbero stati confiscati da mani estranee. E
nell'anno seguente, il 1672, ancora viene acquistato un terreno di 20
pertiche al Ponte di Milano. Nella lunga permanenza in convento i padri si
meritarono la stima e l'affetto dei melegnanesi che li onoravano con
protezione e benefici. Ed anche molti melegnanesi illustrarono l'Ordine
Carmelitano: Carlo Caraccioli figlio del tenente generale Andrea e di
Andronica De Medici, che fu uomo di vasta cultura e salì per tutti i gradi
dell'Ordine e venne consacrato vescovo di Bobbio, ed il suo ritratto si
conserva nella sacristia parrocchiale; Carlo Cornegliano e Giovanni
Spernazzatì, che furono padri Provinciali dell'Ordine. E nel secolo 1700 le
donazioni continuano: il 3 marzo del 1710 Gerolamo Spernazzati dona al
convento un orto di una pertica vicino alla piazza della chiesa prima in
possesso di Giuseppe Montorfano. I padri del Carmine erano dunque tenuti in
alta considerazione: la chiesa era ufficiata regolarmente; i sacramenti
distribuiti in abbondanza e la partecipazione dei melegnanesi era
notevolissima; non solo da parte dei poveri, ma anche dei benestanti, alcuni
dei quali vollero essere sepolti in chiesa, come fu di un certo Ambrogio
Corneliani nel 1722. Essi erano anche invitati alle funzioni in parrocchia e
partecipavano della vita della chiesa di san Giovanni: una volta, nel 1725,
inviano perfino una protesta allo stesso parroco della chiesa di San
Giovanni per differente trattamento in un funerale. E' in questo secolo, il
1700, in cui si sviluppano le pratiche di pietà rimaste ancora fino ai
nostri giorni: novene; feste ai santi dell'ordine Carmelitano; tridui di
predicazione; particolari celebrazioni liturgiche. Melegnano era in continuo
aumento, ed i bisogni spirituali erano ancor più richiesti. Messe cantate,
benedizioni eucaristiche, uffici funebri, processioni, recita in coro del
breviario, lavoro e spiegazione del catechismo: queste le benemerenze dei
nostri frati, anche se il solito peso dell'amministrazione dei beni poteva
insinuarsi nel loro impegno spirituale: il 1° aprile 1716 viene preso in
affitto per 35 anni un pezzo di terra di 8 pertiche al Costigé, l'11
settembre 1744 sono acquistate 68 pertiche di terra detta la vigna di San
Francesco, più altre 60 pertiche di un terreno denominato La Brasca, e nel
1751 il convento acquista un prato denominato il Prato del restello, dai
Montorfani, di 12 pertiche. Il sano e robusto patrimonio immobiliare, che
ormai diventava ampio, può permettere al convento di concedere ulteriori
prestiti di forti somme. Le continue lotte, i transiti militari e la
permanenza di truppa, portarono un forte peso al bilancio comunale. I
promessi aiuti governativi non arrivavano mai, ed il Comune si vide
costretto a chiedere prestiti per far fronte alle spese: il convento del
Carmine concede, nel 1762 lire 3000 al 3% e lire 3000 al 4,10%, in prestito
chiesto dai Sindaci della Comunità di Melegnano. E due anni più tardi, nel
1764 il priore dei frati, Alessandro Granata, può concedere una sovvenzione
di 400 zecchini gigliati fiorentini, all'interesse del 4%, alla famiglia
Montorfani che versava in difficoltà economiche. Ed è sempre in aumento il
culto alla Vergine: nel 1771 il 28 giugno, il padre Alberto Maria Ercolini,
procuratore nella Curia Romana e Commissario Generale dei frati di tutto
l'Ordine Carmelitano, concede al parroco don Giovanni Candia, Prevosto della
chiesa di San Giovanni, di imporre l'abitino del Carmelo e di sottodelegare
altri sacerdoti o frati. Ma il fervore religioso ed il possesso dei beni
dei frati vengono a crudo contatto con la realtà politica nuova. All'inizio
del 1700, Vienna si sostituisce alla Spagna in lombardia, legandola agli
interessi austriaci fino al 1796, quando l'esercito francese entra in
Lombardia: avviene in questo periodo la soppressione del convento e la
cacciata dei frati. L'imperatrice austriaca Maria Teresa, dopo la morte del
marito Francesco Stefano di Lorena, assume come aiutante di reggenza il
figlio Giuseppe II°. I provvedimenti di natura ecclesiastica presi dallo
zelo riformatore del figlio e del cancelliere Kaunitz si spingono oltre i
limiti puramente politici. Con il pretesto di provvedere a molti piccoli
conventi o comunità sparsi nelle campagne e nelle città, mancanti di un
numero sufficiente di religiosi le cui proprietà non bastavano alla loro
conservazione, con un Rescritto del 20 marzo 1769, si manomisero i beni di
tanti asili di pace e di beneficenza: chiese spogliate di molti arredi
preziosi; disperse tante opere d'arte; scacciati gli abitatori dei conventi;
distribuiti gli oggetti di culto. Il convento dei Carmelitani di Melegnano
non stentava la vita perchè era proprietario di terre e possedeva molti
legati di beneficenza che costituivano la Pia Opera di Misericordia per i
vivi e per i morti. Si tenta di non far incamerare i beni immobili e di
salvare il patrimonio dei nostri frati melegnanesi con qualunque mezzo; non
bisognava lasciare nulla di intentato, ma cercare una via per salvare il
frutto e la ricchezza accumulata ed amministrata in tre secoli. Per la
sistemazione dei beni del convento del Carmine il prevosto di Melegnano, don
Giovanni Candia, melegnanese di nascita, ottiene di essere nominato Regio
Subeconomo Delegato dal governo austriaco, e studia, d'accordo con il
cardinale arcivescovo di Milano, Pozzobonelli, un piano per la miglior
sistemazione di ogni cosa. Nonostante difficoltà di ogni genere, i rischi di
natura finanziaria, i continui controlli governativi che per un momento
sembravano tutto far crollare, viene approvato il piano proposto con un
editto imperiale austriaco, firmato da Francesco Antonio Lugano Cancelliere
Generale del Regio Ufficio dell'Economato Austriaco Ed ecco il testo
dell'editto: "Essendosi degnata Sua Maestà con Imperiale Reale Dispaccio del
31 maggio 1770 approvare ed ordinare l'esecuzione del Piano proposto da
questo Eminentissimo e Reverendissimo Cardinale Arcivescovo per la
soppressione del piccolo convento di Santa Maria dei Carmelitani della
Provincia di Lombardia nel Borgo di Melegnano, ed erezione di un Luogo Pio
di Carità nello stesso Borgo, mediante l'unione dei beni del detto piccolo
convento; del Legato istituito dal fu Pietro Gallina; e dell'ospitale de'
Pellegrini del Borgo suddetto cogli obblighi al detto Luogo Pio, come
abbasso. Si avvisa perciò qualunque persona, che aspira alla compra de'
Mobili soltanto profani del detto convento a comparire il giorno di
Mercoledì, che sarà alli diecinove del futuro mese di giugno, e successivi
giorni alle ore dodici della mattina, e ventuna del dopo pranzo nei detto
soppresso convento, mentre ivi alla presenza del m. r. sig. Giovanni Candia
Preposto di Melegnano e Regio Sostituto all'infrascritto Cancelliere del
Regio Economato si apriranno gli incanti per la vendita di detti mobili
descritti nell'inventario firmato dal suddelegato di questo Eminentissimo e
Reverendissimo Signor Cardinale Arcivescovo, e dal Padre Procuratore di
detto soppresso convento. La sagra supellettile poi, parte si lascerà alla
chiesa del detto soppresso convento per il necessario servizio divino, ed il
restante si distribuirà secondo verrà disposto dall'Eminentissimo Sig.
Cardinale Arcivescovo. Similmente si avvisa qualunque persona laica, che
aspira alla compra degli infrascritti Beni stabili spettanti alli detti
soppressi conventi ed OspitaLe de' Pellegrini da vendersi unitamente, o
separatamente, qualmente dentro il termine di giorni quindici
dall'infrascritta Data debba fare in iscritto la sua oblazione, in tanti
gigliati di giusto peso, e colle opportune cauzioni, o nelle mani del detto
Notaro Cancelliere abitante in P.N.P.S. Andrea alla Pusterla Nuova di
Milano, o in quelle del Sig. Antonio Buttafava abitante nel Borgo di
Melegnano: passato il qual termine s'avvisa qualunque persona come sopra a
comparire il giorno di venerdì, che sarà alli ventuno del detto mese di
giugno alle ore tredici della mattina, e vent'una del dopo pranzo, e
successivi giorni nella Casa Prepositurale del detto Borgo di Melegnano;
mentre ivi in detti giorni ed ore alla presenza e coll'intervento come sopra
si aprirà l'Asta per la deliberazione di detti Fondi a chi avrà fatta
miglior obtazione, se così parerà, e piacerà; cosicchè il presente affisso
a' luoghi soliti servirà d'avviso tanto per le Obblazioni che per le
deliberazioni suddette. Alla vendita de' suddetti stabili potranno
intervenire il predetto Suddelegato della Curia Arcivescrn,ile, ed un
Delegato della detta Confraternita de' Santi Pietro e Biaggio per tutti
quegli utili suggerimenti che si troveranno al caso. Col prezzo che si
ricaverà dalle vendite de' Mobili e Stabili del detto soppresso convento si
pagheranno li debiti al medesimo incombenti ed il restante s'invertirà su
Monte Camerale di Santa Teresa, o in altro de' modi permessi dalla Reale
Prammatica d'Ammortizzazione, e l'annuo frutto, unitamente alle altre
rendite del detto soppresso convento, si convertirà nelle seguenti cause, e
cioè:
Annue lire 1109 per limosina di tante
messe, uffici e loro manutenzione, che erano a carico del detto soppresso
convento da celebrarsi parte nella chiesa del detto soppresso convento, e
parte da trasferirsi nell'Oratorio di Santa Brigida in Brera membro della
Prepositura di Melegnano per comodo di quegli abitanti.
Annue lire I8 alli Padri Minori
Osservanti di S. Francesco di Melegnano in adempimento del Pio Legato Tenca.
Annue lire 100 per Livello al Padre
Antonio Maria Rosalini figlio del detto soppresso convento vita sua naturale
durante, come da obbligazione assunta dal detto soppresso convento per
Istromento 21 marzo 1764, rogato dal Notaro di Milano Antonio Bonomi.
Finalmente si pagheranno le vitalizie
pensioni a' Religiosi, che stanziavano nel detto convento in ragione di lire
300 per cadauno, quando vi sia luogo, in difetto a rata del ricavo col jus
accrescendi sino a detta somma.
Il frutto poi del capitale, che si
ritraerà dalla vendita de' Fondi spettanti al detto soppresso Ospitale de'
Pellegrini da investirsi come sopra; le altre annue rendite del medesimo,
dedotte annue lire 22 per limosina di Messe incombenti al detto Ospitale; e
la somma che, adempiuti li pesi come sopra spettanti al detto soppresso
convento, potrà avanzare, si convertiranno in erigere di presente il detto
Luogo Pio di Carità in Melegnano, al qual Luogo Pio si accolleranno ancora
il Pio lascito del fu Pietro Gallina, e le dette Pensioni vitalizie al
cessare che faranno di mano in mano colla morte dei prelati Religiosi.
Di più si consegneranno al detto
compratore, o compratori tutte le scritture, che si ritroveranno nel detto
soppresso convento ed Ospitale, e che potranno servire alla difesa di quanto
si venderà come sopra.
Dat. in Milano li 29 Maggio 1771".
I fondi in vendita, cioè i beni del
soppresso convento di santa Maria del Carmine, assommavano a pertiche 259,5
complessivamente. Nei beni da vendersi erano stati compresi il caseggiato
del convento e i due giardini annessi circondati con muro; erano stati
esclusi la chiesa e le stanze del suo soffitto, le due sagrestie annesse
alla medesima, e il piazzale davanti alla chiesa. Attuata la sistemazione
delle proprietà a norma del piano approvato, venne steso l'Istromento di
erozione del Luogo Pio di Carità, con rogito del 18 febbraio 1775 del notaio
Francesco Maria Lugano. Fu nominato il Candia amministratore del Luogo Pio.
Alla soppressione del convento vi erano sette frati. Nel 1821 vi erano
ancora i padri Carlo Antonio Grancini Giovanni Terzaghi e Francesco
Alemanni; quest'ultimo rimasto come assistente della chiesa e della
confraternita del Carmine morì nel 1830. La proprietà del convento ed
adiacenze fu acquistata dai Conti Annoni di Milano, poi passò alla Casa
Cicogna, ed in seguito alla famiglia del ragionier Angelo Castelfranchi. La
famiglia Menicatti fu per oltre un secolo custode della chiesa e fiduciaria
delle famiglie proprietarie. Nella serie dei sacristi della chiesa, per
diversi anni dopo il 1919, ci fu anche la famiglia di Cesare Beccaria,
(nonno dell'autore di queste note Don Cesare Amelli). Scacciati i pacifici
ed esemplari ministri del Carmine, nonostante le cure dei custodi laici
successivi, la chiesa, per le continue profanazioni, divenne cadente e
trascurata nei lavori di manutenzione: usata talvolta come deposito di
materiale bellico, alloggio per truppe, teatro di mille profanazioni. Cessò
l'attività della Confraternita del Carmine che era molto fiorente e che
radunava tanti melegnanesi attorno al culto della Vergine. Si tolse dal
tabernacolo il Santissimo Sacramento, e di anno in anno gli antichi
affreschi del 1400 e del 1500 scomparvero sotto le tinteggiature di calce
usata per le disinfezioni: l'antica chiesa, ricca di tradizione, di grazia,
di beni, di storia, ora piangeva al cielo la sua desolazione; nel
presbiterio non più le solenni cerimonie, nella navata non più masse di
popolo orante, nel coro non più il salmodiare dei frati. Ma le radici del
bene compiuto e della tradizione cristiana erano profonde al Carmine: si era
seminato per tre secoli, e il frutto doveva necessariamente maturare.
L'amore per la chiesa del Carmine spinse i melegnanesi ad aggiungere nel
1836 una terza campana come ex voto per lo scampato colera. E pochi anni più
tardi, nel 1868, si istituisce l'Associazione della Dottrina Cristiana, con
un priore, un cassiere, due revisori, e centinaia di soci, tanto del paese
quanto dei dintorni, Rocca, Rampina, Santa Brera, Costigè, Cappuccina.
Questa associazione teneva lezioni di catechismo tutte le domeniche, pagava
ogni anno le spese necessarie per tenere in piedi almeno i muri della
chiesa, offriva le suppellettili necessarie: i quattro busti argentati dei
vescovi milanesi Ambrogio, Carlo, Galdino, Barnaba; candelieri e lampade, le
intere bussole alla porta, raccolta di fondi per il restauro architettonico.
Il canonico Saresani parla a lungo di questa benefica istituzione. Ancora
oggi alla quarta domenica del mese di luglio si celebra la festa della
Madonna del Carmine, ed anticamente era l'unica processione con quella del
Corpus Domini. La festa attirava immensa folla per le funzioni e le messe
che furono fino a trenta nel medesimo giorno. La processione risultava un
trionfo e tutto il paese con i dintorni e le loro Scuole religiose
partecipavano con vivo interesse. La Madonna benedicente passava nelle vie e
nei campi a benedire e a consolare: e se la fede a Melegnano ancora non si è
spenta, nonostante che sia stata messa a dura prova, dobbiamo essere grati
anche alla Madonna del Carmine e alle sue feste. Naturalmente l'accorrere di
gente stimolavà i soliti ambulanti, le chiassoso giostre e i baracconi da
fiera: ma la preoccupazione religiosa, qui, a differenza della Festa del
Perdono, aveva il netto sopravvento. Talvolta non si poteva celebrare con
tutta la solennità e lo sfarzo la festa; lo impedivano misure igieniche
contro epidemie, come nel 1883; talora l'inclemenza del tempo che infieriva
con forti temporali; talora invece gli attriti tra l'intemperanza del
popolino ed il clero locale. Sotto il portatile dorato, sostenuto dai
portatori del Carmine, passava la Madonna del Carmelo, vestita di raso
bianco con corona d'argento, il bambino in braccio, ornata di ori e di
argenti. Le vie e le soglie delle case si ornavano a lieta festa; i
davanzali rifiorivano di rose e gigli e pulsavano di lumini e candele
miniate; le finestre ricamate di verde; lunghe distese di lenzuola
candidissime riabbellivano i muri; tappeti sulla strada; archi trionfali e
festoni di rami verdeggianti; ed iscrizioni alla Vergine, come la seguente
tramandataci dal Saresani: "Esulta, popolo di Melegnano, la Vergine del
Carmelo viene a visitarti. Maria, i tuoi occhi pietosi rivolgi a noi, al
sommo gerarca Leone XIII°, alla Chiesa tutta, volgili pietosi all'Italia
(era l'anno 1886) al Re nostro (era re Umberto I°), dissipa tu le discordie
e civili sommosse, i nemici della Chiesa e di Dio, e feconda questa terra di
uomini che onorino la Patria terrestre e siano degni della celeste" (in
Saresani, op. cit., p. 262). Ma nel 1868 si radunano alcuni volonterosi per
studiare il restauro che era impellente: la chiesa cadeva da tutti i lati; e
il crollo improvviso del tetto il 21 maggio 1872 diede la decisione ai
lavori e la chiesa divenne meno brutta e più accogliente. Però vennero
coperti con calce altri affreschi e decorazioni che oggi è impossibile
ricuperare. Nel 1895 viene istituita la pratica delle Quarant'Ore durante
il periodo natalizio; e nel 1912 si inaugurò la statua. della Madonna
eseguita dalla ditta Nardini di Milano. La chiesa possedeva anche un organo
del 1500 che non era pregevole per il suono, ma per la forma e il materiale
usato nella costruzione; la sua particolarità era quella di avere la
tastiera primitiva, senza i bemolle ed i diesis: era cioè un pezzo
archeologico molto raro. Già dicemmo che nei tempi passati le spese del
culto erano affrontate dalla Confraternita del Carmine, dalla Società della
Dottrina Cristiana e da una larga messe di benefattori che qui vogliamo
ricordare: Bertuzzi Rosa, Buttafava don Andrea, Buttafava don Antonio,
Ciceri don Francesco Antonio prevosto, Cremonesi Baldassare, Fondrini
Giacomo, Frassi Isabella, Gallina Pietro, Lapis don Giovanni, Lapis
Giuseppe, Maiocchi don Giuseppe e fratello Gerolamo, Martinenghi Sebastiano,
Melli Carlo, Messa Giuseppe, Restelli contessa Schiaffinati, Saresani don
Ferdinando, Securi canonico Giovanni Battista, Senna dott. Felice, Sesti
Giovanni, Spernazzati Antonio, Visconti canonico Alessandro. Fu concesso il
privilegio dell'Indulgenza Plenaria nella festa dell'Annunciazione di Maria
il 25 marzo. Si celebravano feste particolari: il 15 gennaio san Mauro
abate, il 5 febbraio Sant'Agata, il primo mercoledì di marzo in onore a San
Giuseppe, il 19 marzo in onore a San Giuseppe, il 25 marzo festa
dell'Annunciazione, 30 maggio santa Maria Maddalena de' Pazzi, 13 giugno
sant'Antonio da Padova, 16 luglio Madonna del Carmine, 19 luglio inizio
novena della festa del Carmine, quarta domenica di luglio festa patronale,
lunedì successivo festa di santa Teresina, 15 ottobre santa Teresa
carmelitana, 2 novembre inizio ottava dei Morti, 12 novembre san Diego, 25
dicembre esposizione delle 40 ore, 31 dicembre Te Deum solenne. Attualmente
la chiesa è sempre linda e pulita, confortante esempio di cura amorosa e
decoro degno di un tempio di Dio: l'amministrazione e le riparazioni sono
dirette dal parroco mons. Arturo Giovenzana, e il candore della pulizia è
tenuto dal sacrista, e con una passione ammirevole ed esemplare dal
concittadino signor Antonio Cremonesi. La tranquilla solitudine, il dolce
isolamento dell'eremitaggio del Carmine, l'ambiente riposante e risanatore
dello spirito e del corpo, ilmistico angolo che la nostra storia aveva
creato, ora però sono definitivamente scomparsi. Costruzioni moderne ed
imponenti sono sorte e continuano a sorgere: il paese si avanza con la sua
vita pulsante di esigenze e di progresso; il rione antico vede accanto a sè
altri tre nuovi massicci rioni la zona dell'Ossario, la zona oltre la via
Emilia, la zona tra il Ricovero Vecchi e il Lambro: è la vita che continua
la sua strada è l'eterna giovinezza che si rinnova nel cammino dei secoli.
L'ARCHITETTURA DELLA
CHIESA E DEL CONVENTO
Nel 1928 sono stati eseguiti gli scavi
nell'abside, verso sinistra, e vennero alla luce due antichi pavimenti: la
chiesa ha dunque tre pavimenti: l'attuale, uno meno recente, ed uno molto
antico. Ma non ci sono prove certe che il pavimento più antico sia quello
della primitiva chiesa di San Bartolomeo o addirittura della cappella della
foresteria dell'anno 836. Gli scavi sono stati fatti da don Giuseppe Del
Corno, ed il sospetto del triplice pavimento sorse nell'osservare che il
piano attuale del pavimento interno della chiesa non corrisponde al piano
esterno dell'abside, assai più basso. Si è pure osservato che la finestra
che si trova nella sacristia vecchia, che serve ora come passaggio, è molto
bassa rispetto al pavimento attuale; anche il soffitto di questo locale è
assai basso. Lo stesso ingresso della chiesa inclina al basso e scende di
alcuni gradini: forse ti segna l'uso delle chiese antiche, che a questo modo
assomigliavano alle catacombe dove si ritiravano i primi fedeli a celebrare
gli anniversari dei martiri; più logico pensare che il piano della chiesa
primitiva non scendesse per nulla, ma che sia stata la strada circostante ad
essere tutta rialzata con il passar del tempo. La chiesa del Carmine è un
edificio ad ampia navata unica, coperto ora da un soffitto a cassettoni; ma
la chiesa primitiva era arcuata e gli archi sono visibili ancora a chi sale
sul soffitto della chiesa. E' affiancata da cappelle laterali, parzialmente
snaturate, e conclusa da una zona absidale a tre ampie campate quadrate da
volte a crociera acuta su capitelli pensili. Termina poi in un'abside
centrale poligonale, dalla volta su capitelli pensili. L'ampia facciata
occidentale, larga così da chiudere ambedue le cappelle, benchè priva di
alti contrafforti rastremati, si svolge con forme affini a parecchie altre
chiese lombarde e settentrionali, nella sua pesante struttura a capanna
monocuspidata, ornata da pinnacoli in cotto. L'edificio si lega ad esempi
di chiese "a sala"' sia per la limpida unità spaziale da esso perseguita,
sia per l'andamento generale della decorazione. Nel complesso. tenuto conto
dei restauri attraverso i secoli, si tratta di forme architettoniche
ritardatarie ripetute ai primi del 1400, con accenti più rigidi e
cristallizzati, di tipo vicino a quello che nella stessa Melegnano si
ritrova nella chiesa di San Giovanni Battista, iniziata nel 1418. Infatti,
nei restauri del 1928, la facciata fu parzialmente cambiata e si volle un
po' copiare lo stile della facciata di San Giovanni, forse per un desiderio
di unificare gli stili delle chiese molegnanesi: oggi c'è un maggior
rispetto delle forme antiche e un maggior desiderio di conservazione.
Tuttavia il rosone della facciata è inteso con valore cromatico e
decorativo, non un tentativo di togliere la massa alla facciata e peso
strutturale. La chiesa, nel suo stile romanico, è databile tra il 1393 e
gli inizi del 1400: i pilastri su cui si impostano le volte sottolineano in
un gioco di ombre e di luci, i lavori dello spazio architettonico. Il
Saresani, nel secolo scorso, non era troppo entusiasta quando scriveva:
"...la chiesa a te si cara ci sta dinnanzi, oh! vedila dunque nella vetustà
della sua costruzione, nell'umiltà delle sue forme, e in quel suo insieme
così poco simmetrico ed ordinato, che ti segna un edificio che la carità dei
fedeli innalzava a poco a poco ed aggrandiva a sua volta, ascoltando più le
voci del bisogno di spazio, che le regole dell'arte e del buon gusto".
(Saresani, op. cit., p 244). Le chiese di San Franceseo, di
sant'Ambrogio,
di San Pietro Martire a Vigevano, e di San Lorenzo a Mortara sono un esempio
di chiese a sala simili alla nostra del Carmine. La domenica 2 dicembre
1928 è stata inaugurata e benedetta la nuova facciata, come oggi la vediamo:
i lavori erano sotto la direzione dell'architetto mons. Polvara con il
continuo interessamento ed amore dei sacerdoti melegnanesi don Giuseppe Del
Corno, vivente, e don Giovanni Sala, defunto. Il campanile si eleva in una
posizione architettonicamente paradossale: tre lati poggiano sul tetto;
probabilmente è della fine del 1400 e gli inizii del 1500: costruito sul
tetto perchè le corde delle campane potessero scendere in coro e dare la
comodità ai frati di suonare quando fosse necessario senza uscire dal coro
stesso. Sul campanile vi erano, ai tempi d'oro dei Carmelitani, due campane
Nel 1836, nel tempo in cui infieriva il colera, per un voto, ne posero una
terza. Nel 1863, la campana più grossa screpolò; la si fece rifondere a
Milano dalla ditta Cobianchi; e, rottasi la più piccola nel 1874, Gerolamo
Zaina con altri benefattori, la fece rifondere in Milano dai fratelli
Barigozzi. Il convento, annesso alla chiesa, costruito sul lato, aveva il
chiostro. E' della fine del 1400 ed i primi del 1500. Al piano terreno vi
era. la sala capitolare, la foresteria, il refettorio e la biblioteca con
archivio che serviva anche da sala del superiore; al primo piano c'erano le
stanzette dei frati, i servizi, e probabilmente una piccola cappella, ed una
sala di raduno per il dopo pranzo e dopo cena: sono ancora oggi visibili in
parte le porte delle stanzette, Già dicemmo che il convento poteva contenere
quindici frati, ma questo numero non fu mai raggiunto. Negli Atti delta
Visita Pastorale del Card. Pozzobonelli del 1749, conservati presso
l'Archivio della Curia di Milano, risulta che vi erano sei padri Carmelitani
e tre frati laici per il servizio, mentre la parrocchia di Melegnano contava
4372 anime. Certamente annesso al convento vi era il cimitero dei frati e
probabilmente anche quello dei fedeli. Resti di scheletri furono trovati
tanto sotto il pavimento della chiesa, quanto nel terreno circostante. C'era
in chiesa, nella parte sinistra dell'altare, una lapide sepolcrale, di
colore nericcio, alla quale lo sfregamento dei piedi tolse molti fregi e
corrose a poco a poco l'iscrizione: "ambulantes in hoc carmeli monte ad
lapidem istum utique offendere debitis, pro carmelìtis fossa condita anno
1679" (quando voi camminate in questa chiesa del Carmelo dovete pure
imbattervi in questa pietra: è la fossa per i carmelitani costruita
nell'anno 1679. Probabilmente sepolcrale è pure un'altra iscrizione che sta
murata sulla parete destra appena entrati in chiesa e che porta queste
parole: " D.O.M. Aurum montium filius redit ad montes hoc scilicet in
Carmelo. Libris octomile novecentum imperialibus d. Carolus Ambrosius Tenca
collegi mediolani ac ss. Inquisitionis notarius, ac d. Francisca Martina
coniuges quotidianam missam fundarunt quae in omnes dies ad hanc aram ss.
Virginis; illis semper habebitur probe factum; pii coniuges avara
liberalitate auxistis quae donastis. Constat ex istrumento rogato per
notarium Antonium Montorfanum die V octobris MDCLXXVII", con la quale
iscrizione si accenna ad un lascito per una messa quotidiana (A Dio ottimo
massimo. Il figlio degli aurei monti ritornò ai monti cioè al Carmelo. Con
lire ottomila e novecento imperiali il signor Carlo Tenca del collegio di
Milano e notaio della santa Inquisizione, e la signora Francesca Martina,
coniugi, stabilirono una messa quotidiana per ogni giorno su questo altare
della santa Vergine; sempre per essi verrà con onestà eseguito questo fatto;
o pii, avete guadagnato ciò che con generosità avete donato) Il documento è
stato steso dal notaio Antonio Montorfano nel giorno 5 ottobre 1677. Già
abbiamo detto che alcuni cittadini di Melegnano chiedevano di essere sepolti
in chiesa del Carmine. Una lapide sepolcrale di candido marmo sul pavimento
presso l'altare portava scolpito le seguenti parole che il tempo ha corroso,
ma pur segnavano l'onorato riposo delle spoglie mortali di una delle più
cospicue ed antiche famiglie del nostro Borgo: "Sepulcrum Francisci et
fratrum de Corneliano et parentum suorum. MDCXXVII"
(Sepolcro di Francesco e dei fratelli di
Corneliano e dei suoi genitori, 1627).
Le sculture
CORO LIGNEO
Il coro ligneo è in noce, scolpito ed
intagliato, ad un solo ordine di stalli. Gli stalli hanno dossale diritto
diviso da lesene a foglie scolpite e teste di cherubino. Alla sommità vi è
la trabeazione orizzontale. I postergali hanno specchi entro cui sono
scolpite larghe foglie legate da nodi. Oggetto parzialmente infisso trovasi
in ubicazione originaria; occupa tutta la parete. E' un'opera di mediocre
interesse artistico, eseguita nel secolo XVIII° da ignoto intagliatore in
legno appartenente a scuola locale, con caratteri e gusto comuni. E’ in
buono stato di conservazione.
PORTE A DUE ANTE LIGNEE IN NOCE
Oggetto mobile: costituiscono i battenti
della porta di accesso alla sagrestia. e l’ubicazione è originaria. Ogni
anta misura 2,30 per 0,57 metri. Cornici rilevate dividono la porta in
quattro specchi: i due centrali, rettangolari, sono scolpiti a nodi
intrecciati; in alto ed in basso corre una cornice scolpita a rosetta. E'
un'opera di scarso interesse artistico, eseguita nel secolo XVII° da ignoto
intagliatore in legno locale.
ALTARE MAGGIORE MARMOREO
E' l'altare maggiore della chiesa. La
parte inferiore dell'altare proviene dalla originaria chiesa di santa Maria
del Carmine. La parte superiore era in origine la corrispondente parte
dell'altare della chiesa di santa Maria della Misericordia, soppressa nel
1810 (chiesa dei Francescani). Le dimensioni approssimative sono di metri
4,50 per 3,00. Ha mensa ed ali laterali in marmo nero del Belgio, con
motivi in verde antico e giallo di Siena con grandi volute laterali. Sul
palliotto marmoreo c'è lo stemma, col monte bianco e le tre stelle, di santa
Maria del Carmine. Sopra la mensa corre un doppio gradino sorretto da ricci
e da volute. Si eleva l'alto dossale con nicchia centrale e pilastri sghembi
aventi alla sommità elementi di architrave a volute e cimasa a sagoma
irregolare. E' un'opera di scarso interesse artistico, composta da elementi
architettonici di diverse provenienze ed epoche: la parte inferiore è del
secolo XVIII° e la parte superiore del XVII° entrambe tuttavia con
membrature ed elementi decorativi convenzionali.
SAN GIUSEPPE ED IL BAMBINO
Si trova nella terza cappella a
sinistra, in una nicchia sull'altare. L'opera proviene dalla chiesa di santa
Maria della Misericordia, ove trovavasi nella cappella di San Giuseppe.
Venne qui trasferita nel 1810, in seguito alla soppressione di tale chiesa,
e l'ubicazione non risponde a speciali esigenze ambientali. Il santo è
ravvolto in manto dorato, in atto di camminare; regge tra le braccia il
Bambino, chinando il volto barbuto. Misura in altezza metri 1,80. E'
un'opera di un certo interesse artistico, eseguita da ignoto scultore in
legno di Melegnano nel 1860, come risulta dagli atti del convento. L'opera
ha caratteri convenzionali, ma non è priva di espressione. Su questa statua
è stata fatta una polemica riguardante il valore artistico.
ECCE HOMO
E' collocato entro una nicchia recente
nella seconda cappella di sinistra, e l'ubicazione non è originaria.
Proviene dalla soppressa chiesa delle suore Agostiniane di via Cavour. Il
Cristo è in ligneo manto rosso, il capo coronato di spine rovesciato
indietro, tra le mani avvinte ed incrociate. Misura una altezza di metri
1,60. E' un'opera di modesto interesse artistico di ignoto intagliatore di
scuola melegnanese del principio del secolo XVIII°, tratta con agile e mosso
intaglio.
SANT'ANTONIO DA PADOVA
Il santo è in atteggiamento mistico e
reggente il Bambino Gesù. E' una statua di modesta lavorazione artigiana,
che però non manca di una certa ispirazione.
SAN DIEGO D'ALCALA'
Trovasi su mensola, nella sagrestia
della chiesa. Proviene dalla soppressa chiesa di santa Maria della
Misericordia, donde venne qui collocata nel 1810. Il santo, in saio,
frontale, apre la destra ed alza la sinistra reggendo la croce; e si posa su
nubi con teste di cherubino. Misura metri 1,50 di altezza. E' in buono stato
di conservazione: la statua fu però radicalmente dipinta in epoca recente.
Opera di scarso interesse artistico eseguita da ignoto intagliatore di
scuola melegnanese, con caratteri convenzionali, nel 1632, come rilevasi
dagli atti del convento. Dello stesso autore è la statua di sant'Antonio da
Padova nella medesima chiesa.
Le decorazioni parietali
Sulla parete centrale dell'arco santo
sta Dio Padre in atto di giudicare le anime: il volto severo, i tratti
personali rigidi, la mano destra alzata, denunciano la irrevocabilità della
sentenza. Ai lati stanno Gesù Cristo, più mite, e lo Spirito Santo sotto
forma di colomba. La Vergine in manto azzurro si raccoglie, quasi paurosa e
perplessa, dinnanzi al gesto giudicatore di Dio. Angeli e stelle del
firmamento creano la decorazione e lo sfondo, senza per altro partecipare al
dramma della Trinità. Alla base sta il Purgatorio con le anime sante che
attendono il loro turno per dirigersi al Paradiso: il loro volto è sereno e
fiducioso. Nella parete di sinistra è svolta, in quattro quadri, la vicenda
de Purgatorio. Sono quattro ampi spazi quadrati, troppo in alto perchè ogni
fedele possa sempre meditarli e sentirli vicini. Rappresentano quattro atti
di uno stesso dramma: il primo presenta l'arrivo dell'anima paurosa e
disorientata al contatto con l'al di là; essa si mette in ginocchio davanti
ad un angelo inflessibile che stringe nelle mani una bilancia ed una spada
fiammeggiante, con il commento scritto: "Non exies inde donec reddas
novissimum quadrantem" (da qui non uscirai finchè tu non abbia pagato
l'ultimo centesimo). Nel secondo riquadro l'anima sta purificandosi:
l'angelo fattosi più mite tiene preparata la veste nuziale, come un abito di
gala celestiale per una prossima festa; e le parole commentano: "Accipe
vestem sanctam et immaculatam quam perferas ante tribunal Domini nostri",
(ricevi la veste santa e immacolata che porterai davanti al tribunale del
Signor nostro). Nel terzo riquadro osservi l'abbraccio di pace e del
perdono in un'atmosfera di dolce intimità nell'abbandono fiducioso
dell'anima alla tenerezza dell'angelo: siamo ormai lontani dallo spirito del
primo riquadro dove regnava solo la severità e la fredda giustizia. Qui
l’angelo è l'amico tenerissimo e caro, anche nelle parole che vengono usate:
" Pax Domini sit semper tecum", (la pace del Signore sia sempre con te).
Nel quarto riquadro l'anima è emergente nella sua natura ricostituita
integra e pura: la purgazione è finita, il luogo della pena è quasi alle
spalle, il paradiso è vicino e sta per arrivare il gran giorno da tutti
atteso: l'incontro con Dio! E' l'anima che domina la scena, perché l'angelo
che fa da guida si tiene scostato per dare la strada al cielo. Il commento è
steso con le parole: "Euge serve bone et fidelis, intra in gaudium Domini
tui ", (vieni, servo buono e fedele, entra nel gaudio del tuo Signore) Per
il senso di sicurezza dell'anima, per l'impostazione dei due personaggi, per
la stessa atmosfera già paradisiaca che sorregge tutta la scena, per il
conforto spirituale che suscita, questo riquadro è uno dei più belli. Alla
base di ogni quadro volteggia la fiamma purificatrice pallidamente rossastra
del Purgatorio. A destra troviamo la vicenda del paradiso. Siamo in
un’altra concezione: più serenità, più gioia, più trasparenza di Dio. Forse
è la parte più bella di tutta la decorazione della chiesa del Carmine;
certamente la più ricca di poesia, la più mistica. Nel primo riquadro,
iniziando dall'altare, è San Bernardo e la Madonna, con le parole: “Iste
fuit per quem patuit doctrina sophie”, od anche: "Preco Dei, doctor fidei,
citharistae Mariae", (Fu per questo santo che venne divulgata la dottrina
della sapienza, predicatore di Dio, dottore della fede, citaredo di Maria).
Nel secondo riquadro c'è santa Teresa con un angelo e le parole: "Ut stella,
ut luna, ut sol fulget in meridie, sic beata Theresia fulget in tempio Dei",
(come una stella, come la luna, come il sole splende sul meriggio, cosi
splende santa Teresa nel tempio di Dio). Nel terzo riquadro ammiriamo un
angelo che tiene un libro e il santo Giovanni della Croce, con le parole:
“Hic vana terrae gaudia et laeta culti praedia polluta sorde deputans ovans
tenet coelestia” (costui stima cose vane le gioie del mondo e il possesso
allegro di una vita spensierata, e si tiene con gaudio le gioie celesti).
Nell'ultimo riquadro è santa Maddalena de' Pazzi con un angelo che tiene una
corona di spine ed una veste, con le parole: "Grandis pulchritudo eius
restaurata est super sidera, et brachium eius in nubibus coeli et odor eius
in aeternum permanet", (la sua meravigliosa bellezza fu riprodotta al di
sopra delle stelle, la sua forza è tra le nubi del cielo e il suo profumo
rimane in eterno). Alla base fiorisce il giardino del cielo, con graziosi
fiori sui prati eternamente primaverili. Come già dicemmo, questa parte ci
sembra la migliore e la più artisticamente riuscita. Nell'insieme è tutta
una seduzione al cielo, in un cielo che è puro. Le figure degli angeli e dei
santi vivono, in buona potenza descrittiva, i loro intensi momenti di
rapimento, senza contorsioni medioevali, senza inutili visi stravolti. Spira
un incanto da quelle figure: sono in rilievo luminoso, si ampiano nel
respiro di aura celestiale nel travestimento spirituale, la materia non
esiste più, è lo spirito nella serena pacifica sicura estasi. La
contemplazione è visione di paradiso, è preghiera di pura elevazione, è
perfetta letizia. Sulle pareti, nella parte inferiore, tra campata e
campata, stanno a sinistra Davide vincitore su Golia, il profeta Elia mentre
sta per purificarsi con fiamme ardenti, Mosé che consegna le tavole della
legge: quasi da considerarsi come figure simboliche di Cristo vincitore, più
che profeta divino legislatore. A desta le grandi donne dell'Antico
Testamento: Giuditta porta in trionfo la testa mozzata di Oloferne che
assediava Betulia; Rachele, seconda figlia di Labano e moglie di Giacobbe,
che piange sui figli; la regina Ester, nell'eleganza dell'abito regale, che
salva dallo sterminio i Giudei. Sono figure simboliche di Maria Vergine e
della sua opera di corredentrice del genere umano. Le cappelle laterali
sono dedicate a sant'Antonio, all' Ecce Homo, a san Giuseppe, a santa
Teresina, a san Giovanni Bosco, alle sante Gerosia e Capitanio. Le
decorazioni nelle cappelle riprendono il tema dei Vecchio Testamento o
narrano vicende e fatti della vita dei santi a cui la cappella è dedicata.
E tutta l'arte della chiesa, unitamente ai fatti della sua storia, è
nuovamente affidata a noi, di oggi e di domani, perchè non solo si ammiri,
con giusto orgoglio concittadino, una chiesetta degna di ogni stima da parte
di tutti; ma anche, e vorrei dire soprattutto, è nostro dovere sperare che
il futuro conceda a questo tempio, carissimo al nostro cuore, una vicenda
più gloriosa, più giusta, maggiormente conforme al valore storico, artistico
ed umano di questo luogo di culto, rendendo finalmente più ampia la
proporzione tra la lunga tradizione e la continuazione nei secoli venturi.
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